
A CAVEDINE
Un viaggio nel tempo immersi nella natura

Un viaggio nel tempo
L’unica “fonte romana” in Trentino
L'arrampicata anche per i più piccoli
Ideale per chi ama
LUNGHEZZA
PERCORSO
4,1 km
DURATA
PERCORSO
3 h
STAGIONE CONSIGLIATA
primavera
Il sentiero archeologico naturalistico di Cavedine è un percorso ad anello adatto a tutti, anche ai bambini più piccoli, vicino al Lago di Cavedine.
Lungo il percorso, ogni tappa ha una bacheca dedicata a uno dei temi principali. A guidarci è Talpina, la talpa alpina: chi meglio di lei può conoscere i segreti nascosti nel sottosuolo?
Talpina ci invita a vivere un’esperienza interattiva e divertente con tre attività:
-
ASCOLTA – inquadra il primo QR Code per ascoltare l’audio-guida di ogni tappa
-
QUIZ – inquadra il secondo QR Code per provare il quiz digitale e mettere alla prova quanto appreso
-
GIOCA – alcune tappe hanno installazioni didattiche per sperimentare ciò che si è imparato
Come raggiungere il sentiero
-
Partenza: parcheggio presso la chiesa di Santa Maria Assunta in piazza Garibaldi a Cavedine
-
Attraversare via Carnion e proseguire sulla strada sterrata pianeggiante
-
Seguire le curve fino alla fontana romana; poco oltre, a sinistra, si trova il capitello dell’Assunta
-
Salire leggermente lungo il tratto con rocce affioranti fino alla Cosina, con parete attrezzata adatta anche ai bambini
-
Continuare in piano fino alla Carega del Diaol e raggiungere la strada provinciale
-
Attraversare la provinciale e proseguire verso Cavedine
-
Al primo tornante, svoltare in via Monte Gaggio per rientrare in piazza Garibaldi
Servizi presenti lungo il percorso
-
Parcheggio
-
Fermata autobus
-
Farmacia
-
Bar
-
B&B
-
Banca
-
Maneggio
-
Punti ristoro e pic-nic
-
Carica e-bike
-
Parco giochi
-
Fontane
-
Supermercato
-
Biblioteca


Partenza percorso

Filari delle viti

Un viaggio nel tempo immersi nella natura
LE 8 TAPPE LUNGO IL SENTIERO
La Fonte Romana

Tappa 1
Romana… proprio romana non lo so… so solo che questa sorgente esce dal sottosuolo da tempi immemorabili.
Tutti la chiamano “Fonte Romana”, e anche io ormai la chiamo così! È sicuramente molto antica, ma capire quando sia stata costruita è davvero difficile. Persino gli archeologi, con tutte le loro ricerche, non sono riusciti a scoprirlo.
Hai notato la sua forma particolare? Ci sono delle scalette che scendono in una vasca sotterranea, dove l’acqua si raccoglie. Questo ci fa capire quanto, un tempo, l’acqua fosse considerata preziosissima. Sai, non esistevano i rubinetti nelle case, né gli impianti moderni per irrigare i campi.
Per questo si usavano fonti come questa… ed era tutto molto più faticoso!


Ciao! Sono Talpina, la talpa alpina.
Vivo nella Valle di Cavedine da sempre e conosco la sua storia fin dai tempi più antichi. Con le mie zampe speciali mi muovo sotto terra e ho fatto tantissime scoperte interessanti!
Sarò la tua guida in un sentiero pieno di sorprese, dove esploreremo insieme angoli di natura e archeologia.
Questi luoghi e le montagne intorno sono frequentati dall’uomo da tempi antichissimi. Sai perché? La Valle dei Laghi è stata probabilmente un corridoio tra il Lago di Garda e le Alpi, una via molto frequentata. Il clima mite, grazie alla vicinanza del lago, ha reso questo territorio ideale per vivere.
Gli insediamenti più antichi risalgono alla preistoria, attraversano l’epoca romana e il Medioevo, fino ai giorni nostri.
Lungo il percorso toccheremo tutte queste epoche: preparati a un viaggio nel tempo!

Perché si chiama Fonte Romana?
In epoca romana la Valle dei Laghi era attraversata da vie che collegavano l’Alto Garda alla Valle dell’Adige, dove si trovava l’antica Tridentum, oggi Trento. Cavedine apparteneva allora al municipio di Brescia, chiamato Brixia.
Lungo il sentiero vicino alla fonte, a volte si vedono nella roccia dei solchi che ricordano quelli lasciati dai carri. Probabilmente erano tracce dei mezzi usati per trasportare materiali dal bosco ai villaggi, ma la tradizione locale dice che fossero addirittura carri romani. Per questo molti pensano che anche la fonte possa avere origini antiche. Non a caso, la strada da cui parte il percorso si chiama “Via dei Romani”.
Anche se non ci sono prove archeologiche certe, il nome e la leggenda sono rimasti fino a oggi.




Capitel dei Mericani

Tappa 2

Immagina di vivere in un luogo povero, dove ogni giorno si fatica per avere qualcosa da mangiare. In passato, molte persone della Valle di Cavedine decisero di lasciare la loro casa e partire per l’America, sperando in una vita migliore.
Questo capitello è dedicato a Santa Maria Assunta e ricorda proprio quei migranti. Fu costruito nel 1923, al loro ritorno, con i soldi guadagnati oltreoceano. È il loro modo di ringraziare la Madonna per averli protetti durante il lungo e pericoloso viaggio attraverso l’Atlantico.
Chiedi ai tuoi nonni: magari anche i tuoi antenati hanno attraversato il mare in cerca di fortuna. Potresti scoprire storie davvero speciali!
L'emigrazione dalla Valle dei Laghi
La gente di montagna, come quella delle valli trentine, ha spesso dovuto lasciare la propria casa per cercare una vita migliore.
Alla fine dell’Ottocento, in Valle dei Laghi si viveva ancora di un’agricoltura povera e faticosa. La mancanza di lavoro e risorse spinse molte persone a partire per altri Paesi, soprattutto verso l’America.
Secondo le ricerche di Don Lorenzo Guetti, tra il 1870 e il 1888 ben 1242 abitanti lasciarono la valle in cerca di nuove opportunità.
"Da Cavedine. Festa di fede e di fratellanza"
Questo era il titolo di un articolo pubblicato sul Popolo Trentino il 5 settembre 1923. Raccontava la grande processione che portò la statua dell’Assunta da Cavedine fino a questo capitello.
A trasportarla furono proprio i “mericani”, i migranti rientrati dall’America. Quando posarono la statua nella sua edicola, dalla folla si alzò un grido pieno di gioia:
“Viva Maria Assunta! Viva i nostri americani!”



Come l'uomo cambia
il paesaggio

Tappa 3
Affacciati da questa finestra: cosa vedi? Sembra incredibile, ma quasi nulla è davvero “naturale”. Il paesaggio cambia nei secoli perché l’uomo lo modifica continuamente. Anche il bosco che hai davanti è il risultato della cura e della “coltivazione” degli alberi da parte dell’uomo.
Per esempio, alla fine del Settecento il versante del Monte Bondone era quasi tutto spoglio: i boschi erano stati tagliati per ottenere legna e creare pascoli e campi coltivati. Solo dopo si è iniziato a ripiantare gli alberi.
L’uomo vive in questa valle dalla preistoria a oggi. Chissà quanti paesaggi diversi potrei mostrarti… se solo avessi avuto una macchina fotografica!


Un territorio vissuto da sempre
Questa valle è ricca di storia: sul Monte Bondone sono state trovate tracce di insediamenti preistorici, veri tesori archeologici. Da qui si vede Bocca Vaiona, dove ci sono molti siti antichissimi. La presenza dell’uomo continua poi nell’epoca romana e nel Medioevo, con i resti del Castel Piovan vicino a Stravino, di cui oggi rimangono poche tracce.
Clima mite e piante del mediterraneo
La valle è sempre stata frequentata anche grazie al suo clima particolarmente mite, influenzato dal vicino Lago di Garda. Un indizio? Qui cresce il leccio, una pianta tipica del Mediterraneo che proprio qui raggiunge uno dei suoi limiti più settentrionali.
Lo sfruttamento del bosco
A metà del 1700 questo versante del Bondone era quasi del tutto spoglio: il bosco era stato sfruttato intensamente per legna, pascoli e coltivazioni. Le comunità locali introdussero poi regole precise per gestire il territorio e il bosco che vedi oggi è in gran parte “coltivato”.
Negli ultimi anni, con l’abbandono delle pratiche tradizionali, la natura ha ripreso spazio e sono nati nuovi boschi: i boschi di neoformazione.
La Cosina

Tappa 4

Hai mai pensato a cosa faresti dentro una grotta? Questa qui è stata usata
per tantissimo tempo come riparo dai pastori. All’interno c’è persino un camino naturale! Forse è proprio per questo che è stata chiamata “Cosina”, che nel nostro dialetto
significa cucina.
Nel 1912, durante uno scavo, Don Felice Vogt e Giacomo Roberti – un famoso studioso trentino – hanno trovato qui delle sepolture antichissime… che io avevo già notato molto prima!
Le ossa risalgono alla preistoria: hanno più di 4000 anni! Vicino ai resti è stata scoperta anche una splendida lama di pugnale in selce, un oggetto che veniva messo nelle tombe per accompagnare il defunto nel suo viaggio nell’aldilà.


I riti funerari
Durante l’età del Rame e l’inizio dell’età del Bronzo (all’incirca 5500 e 4000 anni fa), era comune seppellire i defunti in grotte e ripari, soprattutto nelle zone alpine e appenniniche. Il rituale era lungo e curato, pensato per accompagnare le persone dal mondo terreno a quello degli antenati.
Nella grotticella della Cosina sono stati trovati i resti di nove persone – tre uomini, tre donne e tre bambini – deposti in piccole fosse, in posizione rannicchiata e con il fianco sinistro appoggiato a una grande pietra.

Falesia La Cosina

Tappa 5
Il corredo funebre
I corredi funebri sono oggetti sepolti assieme ai defunti, ritenuti utili al viaggio verso l’aldilà. Alla Cosina sono stati ritrovati frammenti di ceramica e strumenti in selce, tra cui una preziosa lama di pugnale.
Arrampicarmi non è proprio il mio forte, e davanti a questa parete mi
sento quasi una talpa! Ma con la giusta attrezzatura e una persona
esperta accanto, questo è uno dei pochi punti della valle dove si può imparare
ad arrampicare in sicurezza.
La parete è considerata facile, perfetta anche per le famiglie. Conta 37 vie,
numerate alla base. Ognuna ha un nome scelto da chi l’ha tracciata: “volpe”, “tasso”, “faggio”... e perfino “Mia e il nonno” e “Yuki e il nonno”, dedicate da un nonno arrampicatore ai suoi nipoti.Se sei ben equipaggiato e qualcuno ti accompagna, qui puoi fare i primi passi per diventare un vero arrampicatore!


Le falesie e l’arrampicata in Trentino
La falesia è una parete di roccia liscia e verticale, modellata da movimenti della crosta terrestre ed erosione. Questa rientra nelle oltre 100 falesie che si estendono dal Garda alla Valle dei Laghi fino a Trento: una concentrazione che rende questo angolo di Trentino un vero paradiso per gli arrampicatori. Ogni falesia può offrire da 20 a 200 vie.
I gradi di difficoltà
I gradi vanno dal 3 al 9, ognuno con tre livelli (A, B, C). I gradi 1 e 2 indicano tratti di montagna molto ripidi dove serve usare le mani.
La difficoltà dipende da dimensione e distanza degli appigli e dall’inclinazione della parete.
Falesia “La Cosina”
Situata a 600 m di quota, è ideale d’estate perché ventilata e ombreggiata da una fitta vegetazione. La falesia è stata messa in sicurezza secondo gli standard dell’APT Garda Dolomiti.
Attenzione: se non hai esperienza e non sei accompagnato da qualcuno esperto con la giusta attrezzatura, non arrampicare: la sicurezza viene prima di tutto.


Tappa 6

Un paesaggio modellato
dai ghiacci
Facciamo un salto indietro di 20.000 anni: qui avresti camminato sopra un grande ghiacciaio che raggiungeva il Lago di Garda.
Circa 15.000 anni fa il clima si è scaldato e il ghiaccio ha iniziato a ritirarsi, trasformando il paesaggio. I lastroni di calcare attorno a te sono stati levigati dal suo passaggio. La parete del Brento, di fronte, si è formata con i crolli avvenuti dopo la scomparsa del ghiacciaio, creando le Marocche: enormi frane che incontrerai nella Valle dei Laghi e del Sarca. Anche il lago di Cavedine è un’eredità di quell’epoca.
È un luogo speciale: da qui si possono ammirare anche le Dolomiti di Brenta, tra le cime più spettacolari del Trentino.

Le Marocche
“Marocche” deriva dal dialettale maroc, “sasso”, e in geologia indica grandi frane legate al ritiro dei ghiacciai. Quando, circa 15.000 anni fa, il ghiacciaio del Garda iniziò a ritirarsi, vennero meno le pressioni che tenevano stabili i versanti. Dal Brento si staccarono crolli imponenti: i massi rotolarono fino oltre il fondovalle, formando le Marocche.
I laghi della Valle dei Laghi
Il nome “Valle dei Laghi”, introdotto nel 1965, deriva dalla presenza di 9 laghi distribuiti lungo la valle. Otto di questi si sono formati proprio grazie all’antica attività glaciale.

Che tipo di roccia è quella che vediamo da qui?
Tutte le rocce che si vedono da questo punto, comprese quelle delle Dolomiti di Brenta, sono rocce sedimentarie calcaree e dolomitiche di origine marina.
Durante l’ultima glaciazione, successa circa 20.000 anni fa, il ghiacciaio le ha modellate in modo profondo, lasciando le forme che si riconoscono ancora oggi.



Epigrafe funeraria romana

Tappa 7

Se esplori le rocce qui davanti, potresti trovare una pietra molto speciale:
sopra c’è un’incisione antichissima! È un po’ rovinata e si legge male, ma dice così:
PLIAMMVS TERTI M
ANDILONIS F SIBI ET P
RIMAE LIBERTAE VX
Gli studiosi l’hanno riscritta in latino più chiaro: Pliammus, Terti Mandilonis filius, sibi et Primae libertae uxorio. Difficile, vero? Ma questa frase racconta una storia importante. È un’iscrizione funeraria romana del I secolo d.C. e parla di un uomo chiamato Pliammo. Dice che era figlio di Terzo Mandilone e che volle preparare una tomba per sé e per la sua sposa Prima, che era una schiava liberata. Del luogo dove furono sepolti Pliammo e Prima non è rimasto nulla… e nemmeno io ricordo più dove fosse. Ma la loro storia è ancora scritta sulla roccia!


Cosa ci raccontano i nomi
Pliammo ed il padre Terzo Mandilone portano nomi di chiara origine indigena, adattati al modo usato dai Romani per presentarsi: nome proprio, nome della famiglia, soprannome della famiglia o della persona.
Perché “trono della regina”
C’è anche un’altra interpretazione legata a questa iscrizione: qualcuno ha pensato che la cavità nella roccia fosse il posto dove si fermò a riposare Giulia Mamea, la mamma dell’imperatore Alessandro Severo, mentre tornava dalla Germania. Per questo, tanti anni fa, qualcuno iniziò a chiamarla “Trono della regina”.
Perché “Carega del diàol”
In dialetto questo posto si chiama Carega del diàol, cioè “Sedia del diavolo”. Un nome un po’ pauroso! Ma non c’è nulla di spaventoso: nelle storie popolari, quando non si capiva a cosa servisse un vecchio manufatto, lo si attribuiva al diavolo per spiegarselo.
Il riparo dei pastori
A sinistra dell’epigrafe si vede ancora un piccolo riparo costruito dai pastori. È molto più recente dell’incisione, ma non si sa esattamente quando sia stato realizzato.

Tappa 8




Incisioni rupestri
Queste lastre di roccia sono sempre state un piccolo ostacolo per me,
così non ho subito notato la loro particolarità. Ma se guardi bene, riesci
a vedere qualcosa?
Ci sono delle iscrizioni quasi cancellate dal tempo. Anche con la lente faccio fatica a distinguerle! Per fortuna, gli archeologi le hanno copiate quando erano ancora visibili: ci sono croci, impronte di mani e coppelle.
Non sappiamo esattamente quando siano state fatte, ma sicuramente dopo il Medioevo. Gli archeologi non hanno trovato indizi precisi per datarle meglio. Fin da sempre, gli esseri umani amano incidere figure nella roccia: in Trentino e in tutte le Alpi ci sono moltissime testimonianze simili!



Rappresentazioni del sacro
Le figure incise nella roccia raccontano la Passione di Cristo: la croce, la lancia, la spugna, la scala, il martello, i chiodi e il calice.
La mano singola rappresenta spesso chi percosse Gesù, mentre la coppia di mani può ricordare Pilato che si lava le mani o il passaggio dei trenta denari.
Copelle
Le coppelle sono piccoli incavi circolari, scavati dall’uomo nella roccia, profondi solo pochi centimetri. La loro distribuzione non è casuale, ma il loro significato resta un mistero.
Incisioni destinate a scomparire
Le rocce calcaree si consumano lentamente a causa della pioggia e del vento, un fenomeno chiamato dissoluzione carsica. Negli ultimi decenni, il processo è stato accelerato dal cambiamento del clima.
Purtroppo, queste incisioni rupestri sono destinate a sparire, quindi dobbiamo osservarle e imparare da loro prima che scompaiano.







