Le armi degli antichi romani e le macchine belliche

Le formazioni tattiche adottate in battaglia, le differenti situazioni politico militari ed i nemici da fronteggiare determinarono i mutamenti e le evoluzioni dell’apparato militare romano. Le armi e le armature variavano anche a seconda delle specialità (fanteria, cavalleria, ali o coorti d’ausiliari) o dell’incarico (portatore di insegna, suonatore…) o del grado rivestito (tribuno, centurione, legionario, pretoriano …).

Al principio del I° secolo d. C, si vantavano:

  • Il gladio ovvero una spada, portata sulla destra della cintola, lunga circa 75–85 cm nella versione ispanica o 42 -55 cm in quella pompeiana.

  • Il pilum, ossia un giavellotto con la punta deformabile che, una volta scagliato, rendeva inutilizzabile lo scudo dei nemici.

  • Il pugio: un pugnale progettato per infliggere il colpo di grazia al nemico nel caso della perdita del gladio.

  • Lo scutum: il famoso ed enorme scudo rettangolare adottato per difendersi dal nemico o per colpirlo durante l’avanzata.

  • L’elmo per proteggersi dai colpi ferali.

Oltre all'armamentario per la difesa-offesa del singolo legionario, l’esercito disponeva anche di numerose armi collettive. Le macchine belliche in uso possono essere suddivise in tre differenti categorie:

  • meccanismi utilizzati per il lancio dei proiettili;

  • strumenti costruiti per urtare e perforare le difese nemiche;

  • artifici destinati ad agevolare l’assalto o la difesa;

L’arma di torsione scagliava pietre e giavellotti, caratterizzati da dimensioni che variavano da 22 cm a 1, 74 m. La loro gittata massima poteva raggiungere i 350 metri però, per poter essere efficaci, dovevano essere lanciati ad una distanza inferiore. Gli onagri, un tipo di catapulta, lanciavano massi ricoperti di pece ed incendiati per distruggere le difese nemiche.

I quiriti si avvalevano anche di macchine belliche basate sul principio di comprimibilità dei metalli. Uno dei più celebri esempi è rappresentato dalle incisioni presenti sulla Colonna Traiana. L’arcoballista era un macchinario, anche mobile (carroballista), che gettava i dardi sfruttando l’aumento della forza di propulsione delle matasse accresciuta dall'elasticità dell’arco in ferro. Invece lo scorpio o manoballista, simile ad una balestra medievale, era costituito da un arco di ferro la cui propulsione era sempre assicurata dall'elasticità del metallo.

Tra le macchine destinate all'assedio si deve rammentare l’esistenza dell’ariete. Una trave lunga e robusta, ricoperta di metallo, che veniva sospinta più volte per aprire una breccia tra le difese nemiche. Poteva essere trasportata a spalla oppure sospesa in un’incastellatura in legno. La sua azione era frequentemente anticipata dal terebra, ovvero un grosso trapano che bucava la parete, e seguita dalla falx muraria, un uncino legato ad una trave che aiutava a smuovere le pietre danneggiate dall'ariete.

Lo sfondamento era accompagnato dalle turres ambulatoriae che consentivano sia all'esercito di raggiungere facilmente le mura sia la difesa delle macchine belliche dalle munizioni nemiche. Costituite da più piani, le impalcature erano costruite in legno e ricoperte di materiali ignifughi.

Gli assalti avvenivano anche grazie all’ausilio di scale in legno, in corda oppure in cuoio. Vegezio (uno scrittore romano del V d. C.) cita le scalae speculatoriae ovvero un carrello dotato di un tavolato, fissato alla sommità, utile per l’osservazione. Inoltre, per avvicinarsi alle fortezze, si costruiva la vinea o porticus, una tettoia in legno, lunga circa 20 metri, ricoperta da pelli fresche e stracci umidi che facilitavano e proteggevano l’avanzata dei legionari.

 

Fonti:

Liberati e Silverio, Organizzazione militare: esercito, Roma, Edizioni di Quasar di Severino Tognon, 1988

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